Mario Andretti dall’Istria alla Formula 1

Mario Andretti dall’Istria alla Formula 1

6 Febbraio 2019 0 Di Paola Montonati

Figlio d’Istria, oggetto di scambio dopo la guerra, costretto a lasciare la sua terra, protagonista di un grande riscatto.

Parliamo di Mario Andretti, un grande dell’automobilismo, al quale dedichiamo un’attenzione particolare, nell’avvicinarsi al Giorno del ricordo, ovvero il 10 Febbraio.

Nato in una terra distrutta dalla seconda guerra mondiale, Mario Andretti è stato un vero e proprio eroe dei due mondi sulle quattro ruote; vincendo per decenni gare e titoli, in ogni categoria e con ogni mezzo, con vetture che hanno fatto la storia.

Campione del mondo di Formula 1 nel 1978, con la Lotus, vittorioso nella 500 miglia di Indianapolis nel 1969, la 12 Ore di Sebring, la 1000 km di Monza, la 6 ore di Daytona, solo per citarne alcuni.

Mario Andretti con la famiglia fu uno delle centinaia di migliaia di esuli, che vennero costretti a lasciare le loro case con l’esodo Istriano-Dalmata, del 1947- 48, ha vissuto gran parte della sua vita negli Stati Uniti, ma non ha mai dimenticato da dove veniva e dove fu accolto al suo arrivo in Italia, mantenendo sempre un forte legame con l’Istria e con Lucca dove fu ospitato inizialmente.

Nacque a Montona, Istria, il 28 febbraio 1940, a otto anni, nel 1948 dovette lasciare la sua terra dopo il trattato che cedeva l’Istria alla Jugoslavia di Tito.

La famiglia di Andretti, dopo viaggi a vuoto e problemi vari, finì in un campo profughi presso Lucca, in Toscana, per poi ottenere il visto d’ingresso per gli Stati Uniti nel 1955, dove in Mario nasce la passione per i motori.

Il 16 giugno del 1955, la nave passò sotto la Statua della Libertà. Era un giovedì, e già la domenica sera, dalla casa dello zio, Mario e Aldo Andretti vedono delle luci in lontananza. Era una corsa di auto su terra.

Nel 1964 Mario, cui nel tempo hanno affibbiato il soprannome di “Piedone”, per il modo in cui spinge sull’acceleratore, fa il suo debutto nella categoria USAC, dove dimostra subito un talento fuori dal comune, che gli permette di vincere il titolo USAC sia nel 1965 sia nel 1966, nel 1967 decide di cimentarsi con il campionato NASCAR, vincendo la 500 miglia di Daytona e per ben tre volte la 12 Ore di Sebring.

L’anno dopo fa il suo esordio in Formula 1 con la Lotus, team che, guidato dal grande Colin Chapman, lo aveva tenuto d’occhio fin dai tempi delle prime gare oltreoceano.

Grazie al suo amore per la velocità il giovane pilota nella sua prima apparizione al Gran Premio degli Stati Uniti riuscì immediatamente a conquistare la pole position, cosa che gli successe più di una volta nel corso della sua lunga carriera.

Corse sempre, tutte le volte che ne ebbe l’occasione, con alterne fortune, ma sempre con determinazione e un coraggio che sfiorava l’incoscienza.

Andretti a 38 anni divenne Campione del mondo con 6 vittorie, 3 giri veloci e 8 pole position, anche se fu la tragica morte del compagno di squadra Ronnie Peterson, conseguenza di un incidente nel Gran Premio di Monza, a consegnargli matematicamente il titolo.

Nel 1982, fu richiamato a Maranello, espressamente dal Drake, situazione di emergenza, il mitico Gilles Villeneuve morto in Belgio, Didier Pironi devastato dall’incidente in prova a Hockenheim e Patrick Tambay colpito da una grave infiammazione nervosa.

Andretti si presentò a Monza, senza aver non solo mai corso con quella Ferrari, praticamente senza averla provata nei giorni precedenti, ma ottenne la pole position per la gara, per una festa memorabile tra tifosi, piloti e addetti ai box.

Dal 1996, si sposta ad abitare nel nord della California, nella Napa Valley, terra di vigneti e dolci colline sopra San Francisco, dove diventa produttore e distributore di vino con il marchio che porta il suo nome.

Tra le altre onorificenze, nel 2006 è stato nominato commendatore della Repubblica Italiana e nel 2007, quella più sentita ed emozionante, con la nomina di sindaco del Libero Comune di Montona d’Istria in esilio.

Tornò a Lucca nel 2016, dove riceve la cittadinanza onoraria, perché mai nel suo cuore ha dimenticato la città che l’aveva accolto quando era solo un profugo, uno dei tanti.