Aretha Franklin, the queen of soul

Aretha Franklin, the queen of soul

25 Marzo 2021 0 Di Paola Montonati
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Dagli inizi difficili, a diventare Lady Soul negli anni 60, un decennio di oblio, la ribalta ritrovata con Blues Brothers, ai duetti con George Michael.

Una voce vibrante, intensa e cristallina, per un vero portento della natura, che ha scosso ed emozionato. Nel 1985, venne dichiarata “Una delle risorse naturali del Michigan”.

Aretha Louise Franklin nacque a Memphis il 25 marzo 1942, suo padre era C. L. Franklin, uno dei predicatori battisti di colore più noti e apprezzati del periodo, che educò i figli con una solida cultura religiosa, ma non riuscì a evitare la separazione dalla moglie e madre di Aretha, Barbara Siggers. Mentre il figlio maschio Vaughn rimase con la madre, Aretha, con le sorelle Carolyn ed Erma, andò a vivere a Detroit con il padre, dove suonava il piano durante le funzioni religiose. Cominciò a incantare i fedeli, sfoggiando non solo una tecnica vocale di tutto rispetto ma anche interpretazioni cariche di passione e umanità. I suoi modelli erano le cantanti gospel dell’epoca come Mahalia Jackson. Clara Ward e l’amica di famiglia Dinah Washington.

Aretha, determinata a voler entrare nel mondo della musica come professionista, a soli quattordici anni incise la sua prima canzone per la JVB/Battle Records. Parallelamente si esibì nei club di Detroit, imponendosi con la sua voce giovane, fresca e al tempo stesso energica, tanto da vantare un’estensione di quattro ottave.

Fu notata da John Hammond, produttore discografico e talent-scout e nel 1960 firmò un contratto con la Columbia Records, ma il repertorio esclusivamente jazz che le fu imposto, le tarpò in qualche modo le ali.

Nei primi anni Sessanta portò al successo alcuni 45 giri, tra i quali Rock-a-bye Your Baby with a Dixie Melody e nel 1962 sposò Ted White, che divenne il suo manager alla Columbia Records.

La svolta per Aretha, arrivò quanto passò all’Atlantic Records nel 1967, aveva solo ventiquattro anni ma era già una donna vissuta. Era madre di due figli, avuti a quindici e diciassette anni, un divorzio, una carriera che non decollava. Erano anni difficili di vita personale e professionale che la segneranno profondamente, lasciandole sempre una vena malinconica.

I suoi nuovi lavori furono del genere soul, che in breve tempo incontrarono il favore del pubblico, e le venne affibbiato il soprannome The Queen of Soul. Grazie alla fama internazionale che acquisì, divenne anche il simbolo di orgoglio per le minoranze di colore americane, soprattutto con la sua interpretazione del brano Respect di Otis Redding, che diventa un inno dei movimenti femministi e per i diritti civili degli anni 60.

Nel 1969 incise alcune cover dei Beatles (Eleanor Rigby), The Band (The Weight), Simon & Garfunkel (Bridge over Troubled Water), Sam Cooke e The Drifters. Oltre a Respect, tra i singoli di successo di Aretha di questi anni ci sono Chain of Fools, “(You Make Me Feel Like) A Natural Woman, Think” e Baby I Love You.

Nei primi anni Settanta Aretha decise di utilizzare sonorità più soft, che poco si legavano con la musica che andava di moda nel periodo la disco, il punk o la new-wave. Viene citata anche in una canzone degli Steely Dan, Hey Ninteen, che consegna l’idea del periodo di oblio in cui era finita.

Agli inizi degli anni Ottanta tornò all’attenzione del grande pubblico con la partecipazione al film The Blues Brothers di John Landis, qualcosa in più ormai di un cult movie. I suoi 6 minuti e 20 secondi di prorompente partecipazione alla pellicola e la sua memorabile e scatenata reinterpretazione del suo vecchio successo Think, sono una vera scossa che la fanno tornare prepotentemente alla ribalta. Firmò un contratto per l’Arista Records e incise i singoli United Together e Love All The Hurt Away, scalò le classfiche nel 1982 con l’album Jump To It.

E da lì un poi è tutto un susseguirsi di successi internazionali, su tutti Freeway of love del 1985, arrivato in vetta ovunque e con cui vinse un Grammy Award come migliore interpretazione R&B femminile.

Straordinari in chiave pop-soul i suoi duetti con gli artisti dagli stili più disparati da Whitney Houston a Luciano Pavarotti a Elton John, ma due su tutti sbancano le classifiche. Il primo è datato 1985 con gli Eurythmics, in coppia con l’androgina Annie Lennox, in Sisters Are Doin’ It for Themselves, brano che ebbe un notevole successo anche in chiave dance. Il secondo con George Michael, datato 1987 con I Knew You Were Waiting (For Me), che la riportarono in vetta in Gran Bretagna, vent’anni dopo I say little prayer.

E’ stata la prima donna a entrare a far parte della Rock and Roll Hall of Fame, con il suo nome apposto il 3 gennaio 1987.

Ai Grammy del 1998, dovendo sostituire Luciano Pavarotti colpito da un malessere, improvvisò un’interpretazione del Nessun dorma in tonalità originale e cantando la prima strofa in italiano, oggi ricordata come una delle più belle esibizioni di sempre ai Grammy.

Nel terzo millennio collaborò con gli artisti dell’R&B contemporaneo, come Fantasia Barrino, Lauryn Hill e Mary J. Blige.

Il 20 gennaio 2009 cantò a Washington alla cerimonia d’insediamento del 44º Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, in diretta tv mondiale e davanti a più di due milioni di persone.

Si è spenta a Detroit il 16 agosto 2018 all’età di 76 anni, per un cancro al pancreas.

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