Come sarà la moda Made in Italy del futuro?

Come sarà la moda Made in Italy del futuro?

16 Giugno 2020 0 Di Francesca Cecere
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La moda è la seconda industria manifatturiera del Paese e rappresenta un patrimonio al quale l’Italia, alle prese con il post-pandemia, non può rinunciare.

Istituzioni, consulenti e imprenditori del settore si sono confrontati su questo tema durante l’ottavo appuntamento di ‘Tempo di Rinascita – Scenari, idee, progettualità’, il ciclo di conferenze digitali ideato dall’agenzia di comunicazione DOC-COM per riflettere a più voci sul mondo che sta cambiando.

A inaugurare la conferenza, Antonio Franceschini, Responsabile Nazionale di CNA Federmoda che ha aperto sottolineato la potenza del legame tra tessuto imprenditoriale e tessuto sociale, valore aggiunto del settore.

«Dobbiamo far passare il messaggio che, nel comparto moda in particolare, il concetto di made in Italy si è arricchito di valori sempre più riferiti all’ambito della responsabilità sociale d’impresa, e che il made in Italy interpreta nel mondo non solo i valori di bellezza e qualità dei prodotti, ma anche quelli di una produzione sostenibile dal punto di vista sociale, etico e ambientale.

L’Italia può posizionarsi nel contesto internazionale come fabbrica del bello; serve, però, una visione condivisa, un’unità di filiera sulla necessità di riconoscere il valore anche economico delle competenze lungo tutti gli anelli della catena imprenditoriale. Perché il l’Italia non può permettersi di indebolire la filiera. Tutto il sistema moda italiano ne risentirebbe».

Affidata a PixData, agenzia di digital intellicence e digital consulting, l’analisi del web sentiment relativo alla moda made in Italy nel pre, durante e post Covid. A emergere, tre parole che saranno le linee guida del fashion di domani: ecosostenibilità, qualità e accessibilità.

«Da gennaio 2020, Pixdata in partnership con KPI6.com, ha analizzato e classificato 110 mila conversazioni in merito alla moda made in Italy, con l’obiettivo di creare un osservatorio del Made in Italy per anticipare le richieste dell’audience e suggerire a imprenditori e aziende del settore, insight di mercato – ha spiegato Luca De Albertis, co-CEO di Pixdata.

La media del sentimento delle conversazioni identifica un 35% di negatività verso il Made in Italy, che scende al 17% quando si parla di qualità ed ecosostenibilità. Gli utenti di riferimento appartengono alla generazione Z (35.7%) e la generazione dei millennials (32.1%).

Sono caratterizzati da apertura mentale e predisposizione al cambiamento superiori alla media, ma hanno al contempo un basso potere d’acquisto. È quindi necessario ripensare il made in Italy attraverso soluzioni che permettano all’audience di acquistare abiti di qualità, ecosostenibili e a un prezzo contenuto. Si guarda a modelli come quelli del noleggio e il riuso.

Esistono ad esempio nuovi business digitali in abbonamento che stimolano il riuso, pongono l’accento sulla redemption del cliente, lasciando ampi spazi ai costi di acquisizione, che sappiamo essere la grande criticità degli E-commerce di oggi.

Un esempio? Sottoscrivi l’abbonamento mensile, e scegli quattro capi a tuo piacimento, quando vorrai potrei mandarne indietro uno, due, tre o addirittura tutti e quattro, scegliendo i nuovi prodotti dal catalogo che ti verranno spediti direttamente a casa tua in sostituzione a quelli che non soddisfano più le tue esigenze.

Altro cambiamento significativo sarà quello che investirà sempre più il retail: i diventeranno dei veri e propri “Media Outlet” dedicati non alla vendita del prodotto, ma alla narrazione del brand e agli aspetti più emozionali del marketing».

Secondo Maria Elena Molteni, direttore responsabile di Luxury&Finance, reshoring, internazionalizzazione e digitalizzazione saranno i mantra del futuro post Covid.

«Riguarda i primi due punti anche il piano presentato al Governo dalla task force guidata da Vittorio Colao. Sull’internazionalizzazione il mistero degli Esteri ha lanciato da pochi giorni un piano che si fonda su sei pilastri. Il digitale era già prepotentemente in agenda.

Oggi diventa una necessità. Non solo per dare vita a gemelli digitali capaci di surfare le onde di una nuova eventuale crisi sanitaria, ma anche per essere sempre più proiettati e presenti nel mondo. Il comparto del tessile-abbigliamento si appresta a chiudere, stando alle stime degli analisti, con una contrazione che sarà nell’ordine del 25% nella migliore delle ipotesi e del 35% nella peggiore.

Intanto si deve fare fronte a una crisi di liquidità senza precedenti per le aziende che spesso non riescono ad accedere ai finanziamenti del Governo e nemmeno agli ammortizzatori sociali, se è vero che la cassa integrazione è stata anticipata dalle aziende per 4 milioni e 300mila dipendenti e le risorse sono andate esaurite in 15 giorni. Il sentiero diventa sempre più stretto e lo diventerà ancora di più.

Serve accelerare e dare spazio con strumenti adeguati a un comparto che, insieme al turismo e alla cultura, può rappresentare una leva strategica per evitare che all’emergenza sanitaria non segua una vera emergenza economica».

Ha focalizzato l’attenzione sulla moda veloce come modello di business alternativo e vincente, Marco Calzolari, titolare e amministratore unico di Kaos spa, azienda specializzata in moda total look dal 1980 tra le imprese di punta del Centergross di Bologna, il maggiore distretto a livello internazionale di pronto moda made in Italy (1 milione di metri quadrati di spazio, oltre 40 anni di storia, 600 aziende, 400 delle quali del settore fashion, e 6.000 lavoratori, per un volume complessivo di affari pari a a 5 miliardi di euro l’anno).

«Abbiamo visto come una filiera dalla struttura più snella come quella del pronto moda sia riuscita a gestire meglio una situazione terribile come quella del recente lockdown.

La moda veloce, che ha meno dispendio di risorse e molta più agilità di movimento e di investimenti, ha sofferto meno di altri settori di tutta la situazione e ha saputo testimoniare la sua capacità di resilienza, resistenza e di reazione immediata.

Può configurarsi quindi come un modello di business alternativo e vincente, per questo è stata presa in esempio nel periodo anche da altri attori internazionali».

Ha parlato invece di heritage e dell’archivio come leva di sviluppo, Claudia D’Angelo, responsabile dell’Archivio di Textile Design della Fondazione Fashion Research Italy voluta dal cavalier Alberto Masotti, già patron de La Perla, per supportare le piccole e media imprese.

«Le radici del tessuto manifatturiero italiano costituiscono senz’altro la marcia in più del nostro Paese: sono quel “saper fare”, frutto di decenni di eccellenza artigiana, che ne caratterizza le produzioni. La Fondazione Fashion Research Italy ha il compito di sostenere le piccole e medie imprese della filiera moda, a maggior ragione in questo difficile percorso di ripresa.

E lo fa attraverso diverse attività didattiche e culturali. Ad accompagnare temi chiave quali digitalizzazione e sostenibilità, non deve mancare la valorizzazione dell’heritage.

In Fondazione, ad esempio, abbiamo a disposizione gratuita del pubblico degli addetti ai lavori quell’incredibile tesoro di creatività che risiede nel nostro archivio di textile design, di cui fa parte anche il prestigioso Fondo Brandone: oltre 5000 volumi e 30mila disegni tessili presenti in versione fisica e digitale, e a disposizione di tutti i professionisti del settore.

Io sono convinta che le aziende per crescere debbano riappropriarsi del proprio passato per renderlo vivo, fonte inesauribile di creatività e ricerca, una sicura via di accesso a processi d’innovazione e internazionalizzazione».

Dalla Val di Fiemme, da Lorenzo Delladio, CEO e presidente de La Sportiva, azienda leader nella produzione di calzature per l’arrampicata e l’alta montagna, arriva l’invito alla decelerazione.

«Avevamo già pronta la nostra collezione Spring Summer 2020, dovevamo presentarla alle varie convention di vendita. Il lockdown ci ha costretti a sospendere i nostri progetti: abbiamo quindi bloccato e posticipato l’immissione sul mercato dei nuovi prodotti.

La lezione che abbiamo tratto da questi ultimi mesi è che è possibile, anzi auspicabile, adattarsi a modelli di produzione e di vita più lenti e meditati, meno strettamente consumistici. Ecco, io mi auguro questo, anche per il futuro. Continuare a innovare, senza frenesia e con più consapevolezza».

Marco Morosini, CEO di Brandina The Original, dal 2005 icona fashion del design balneare, ha sottolineato il coraggio imprenditoriale emerso dal comparto e la necessità di un maggiore supporto da parte dello Stato.

«Siamo alle prese con una crisi senza precedenti, e di fronte a questa crisi l’imprenditore è stato abbandonato. Non mi sono mai sentito solo come in questo momento. Siamo soli nel combattere per un made in Italy di cui l’Italia va fiera a parole, ma si dimentica di difendere.

Non c’è sostegno alla creazione, alla formazione e al rinnovo delle professionalità. Dopo tante promesse adesso è il momento dei fatti: il Governo deve difendere meglio gli asset della moda, del turismo e della cultura, fondamentali per tutto il Paese.

È necessario migliorare la produttività, agevolare lo sviluppo dell’artigianato, abbassando il costo del lavoro e quindi anche quello del prodotto finale, per continuare ad avere prodotti made in Italy accessibili e sostenibili».

L’importanza della digitalizzazione è stata al centro dell’intervento di Luca Piani, dal settembre 2019 alla guida di Duvetica International, brand italiano specializzato nella produzione di capispalla imbottiti.

«Duvetica ha iniziato un forte processo di digitalizzazione con la nuova acquisizione da parte del gruppo coreano F&F, che ha voluto mantenere investimenti e creatività in Italia.

La digitalizzazione fa parte del nostro Dna che si basa su una celebrazione dello stile di vita italiano in forma ludica, moderna e aggiornata. Siamo ormai dentro a un mondo che accelera il contatto tra azienda e consumatore finale e in questo il digitale offre enormi vantaggi.

Non solo come contatto, ascolto, coinvolgimento e interazione con il consumatore, ma anche come revisione e ottimizzazione di processi organizzativi interni senza i quali l’internazionalizzazione e la sopravvivenza in momenti come quello del recente lockdown non sarebbero state possibili».

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