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Una storia che arriva dalla televisione degli anni Cinquanta…

Era il Natale del 1958 e Mario Soldati, che stava lavorando per la Rai alla serie Viaggio in Italia, propose una puntata speciale alla scoperta delle tradizioni culinarie del pranzo di Natale nelle varie regioni italiane, con Cesare Zavattini, il calzolaio Angelo Gatto, la baronessa Aurelia Michetti Ricci e il Generale Lorenzo De Grandi, tutti proponevano i loro piatti tipici natalizi.

Il documentario di Soldati era un viaggio nelle tradizioni gastronomiche del Belpaese di allora, in una Roma nel pieno del boom economico ma con il ricordo della Seconda Guerra Mondiale ancora intatto.

Tutto comincia con la definizione del Pranzo di Natale, che in alcuni casi è la cena della Vigilia, e quindi di magro, in altri è un cenone da gustare dopo la messa di mezzanotte, e allora è di grasso, ma il filo rosso è quello di una ricerca delle radici, dei legami e delle tradizioni, in una grande città dove s’incontravano persone da ogni angolo d’Italia, migrate dal Nord e dal Sud, dalle città e dalle campagne.

Il risultato è una storia del Paese che parti da Luzzano, in provincia di Reggio Emilia, dove la famiglia Zavattini in tavola portava i tortelli di zucca mantovana, il cefalo fritto del Po e la Spongata, innaffiato dal Lambrusco di Sorbara, perché il vino ha da sempre nel Natale un ruolo centrale.

Soldati poi andò dal calzolaio di Primo Carnera, Angelo Gatto, arrivato da Pachino negli anni Dieci, che a Roma trovava le sue radici nel pastizzo, una torta salata tra due dischi di pasta ripiena di verdure, salsiccia e formaggio, ma anche in una carrellata di dolci, dalla gnoccata alla mostarda col mosto.

Dal Piemonte, arrivò Lorenzo De Grandi, che festeggiava il Natale come la maggioranza dei piemontesi, con agnolotti, magari con il tartufo bianco di Alba, un’eccellenza per veri gourmet e cappone, e il Passito di Caluso da Erbaluce considerato meglio del Porto e dello Sherry di Jerez.

La Baronessa Aurelia Ricci Michetti, Mestolo d’Oro della cucina italiana, presentava la ricca cucina abruzzese, con crustoli, spaghetti con le alici, broccoletti in padella, lumache, baccalà al pomodoro, fagioli all’olio, capitone allo spiedo, insalata, noci, castagne e torrone, sempre rigorosamente di magro.

Infine, l’ultima tappa era nella trattoria toscana di Mario, alla scoperta di quella cucina che Soldati definiva un compendio della tradizione culinaria italiana, con i fegatelli di maiale e la conserva di more, capaci di offrire una chiave di lettura della realtà, e della diversità, unica per qualsiasi altro mondo.

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