La Locusta e il Verbano, un enigma lungo due secoli

La Locusta e il Verbano, un enigma lungo due secoli

23 Marzo 2020 Off Di Paola Montonati
Condividi se ti piace

Nelle acque del Lago Maggiore, ci sono segreti e tragedie lagunari ancora tutte da scoprire, che hanno dato vita a numerose leggende locali su fantasmi e apparizioni che si aggirano nelle calde notti estive o in quelle gelide invernali.

Una di queste è l’affondamento della Locusta, una torpediniera della Regia Finanza, che alla fine dell’Ottocento navigava sul Lago Maggiore alla caccia dei contrabbandieri che avevano in zona una base per i loro traffici in Svizzera.

Nella notte tra l’8 e il 9 gennaio 1896, dopo essere salpata dalla base di Cannobio per un normale servizio di pattugliamento sul Lago Maggiore, la Locusta colò a picco nelle gelide acque, dando vita a uno dei più grandi misteri che hanno interessato la zona tra Lombardia e Piemonte.

Ancora oggi, non si sa davvero cosa sia successo quella notte, come se la torpediniera fosse sparita nel nulla.

Classificata come torpediniera costiera di quarta classe, la Locusta era lunga 19,20 metri ed emergeva di circa 50 cm dal livello dell’acqua. Capace di una velocità di 17 nodi e dotata di un cannone a ripetizione Nordenfeldt, e faceva parte del lotto acquistato dalla Regia Marina nei cantieri Thornycroft di Londra nel 1883, per essere usato su navi da battaglia. Ma all’atto pratico si era dimostrata inadatta all’impiego bellico e quindi venne dislocata sul Lago Maggiore e affidata alla finanza per essere usata nella vigilanza doganale sul confine con la Svizzera. La Locusta con la sua gemella Zanzara, giunse sul Verbano il 19 marzo 1892 e subito vennero sbarcati i tubi lanciasiluri e i relativi scivoli, installata una stazione di governo a poppa e montato un potente proiettore fotoelettrico, Poi fu immessa sul Verbano in servizio di perlustrazione e di polizia lacuale e anticontrabbando.

Vedere le immagini dell’epoca fa impressione, immaginarsi come un’imbarcazione così potesse navigare, praticamente era un asse che usciva per mezzo metro dalle acque senza una vera protezione per l’equipaggio e le parti più importanti del mezzo.

I giornali dell’epoca raccontano che la Locusta era salpata da Cannobio in direzione di Maccagno, sulla riva opposta e il tempo risultava buono: “cielo sereno e lago calmo, con una fredda brezza spirante da nord dalla vicina Svizzera”.

L’equipaggio era composto di otto marinai della Regia Marina e quattro guardie di finanza, e alla partenza, c’era a bordo anche il comandante del reparto di confine, e un elettricista, che però sbarcarono presso il valico di Piaggio Valmara per effettuare un’ispezione a terra.

Mentre l’imbarcazione navigava di notte sul lago, improvvisamente si alzò un vento impetuoso con raffiche di tramontana e, subito dopo la mezzanotte, si scatenò una furiosa tempesta, le acque si agitarono, le correnti diventarono impetuose, i lampi squarciarono il cielo gonfio di nubi nere.

La Locusta, sorpresa dalla tempesta, dovette mutare rotta, dirigendosi verso la vicina Punta Cavalla, tra Maccagno e Zenna sulla riva lombarda del lago, per trovare un riparo alla violenza della tramontana.

Da Cannobio per l’ultima volta poco dopo la mezzanotte del 9 gennaio 1896 venne visto il riflettore della torpediniera, poi più nulla.

Non ricevendo risposta ai ripetuti segnali di richiamo, la torpediniera gemella 21T Zanzara venne mandata per le ricerche immediate e il soccorso ai naufraghi, ma nonostante la lunga e minuziosa perlustrazione su tutto lo specchio d’acqua tra Cannobio e Cannero, Maccagno e Pino, non fu trovata traccia alcuna di superstiti né di relitti. E questo è un mistero nel mistero.

Il lago aveva ingoiato l’unità navale con tutto l’equipaggio di bordo e i dodici militari risultarono “dispersi in servizio, nell’adempimento del dovere”.

Cos’era successo alla Locusta, quella notte, fu al centro di varie ipotesi, il natante venne “rovesciato da una raffica impetuosa” e le acque si rinchiusero sull’equipaggio “rifugiatosi sotto coperta per ripararsi dalla burrasca, tranne il capo-timoniere comandante, bloccato anch’esso, ma nella cabina di governo” e forse “in quel momento fatale, furono i portelli aperti dell’osteriggio di macchina (la copertura vetrata posta sulla tolda delle navi che permette di dare aria e luce ai locali sottocoperta), a determinare l’allagamento dei locali di bordo” oppure ci fu “un’esplosione delle caldaie esterne, dovuta a un’onda improvvisa”.

Tutte le ricerche ed anche l’inchiesta aperta dalla polizia locale non condussero ad alcun risultato e persino i vari tentativi intrapresi con gli anni, con la ricostruzione della rotta e le posizioni indicate dalle cronache dell’epoca, sono finiti in un nulla di fatto.

Negli anni Ottanta del Novecento il relitto venne cercato prima con il batiscafo dell’esploratore e ingegnere svizzero Jacques Picard, poi con l’intervento di un’unità della Marina Militare Italiana, guidata da un ammiraglio, allo scopo di trovare il natante per esporlo al museo nazionale di Ostia, poiché è l’unico esemplare rimasto della serie di torpediniere costruite all’epoca, ma entrambe le immersioni diedero esito negativo dato che il fondale del lago è coperto da grandi depositi di terra e di melma. Altro tentativo venne effettuato nel 2006 in occasione del 110° anniversario del naufragio, sempre infruttuoso.

Altro tentativo venne fatto nel 2015, tra fine aprile e inizio maggio. Con l’opera dell’ingegnere svizzero Guido Gay, di Lugano, conosciuto a livello mondiale nel campo dell’esplorazione marina. Grazie ad una tecnologia messa a punto dallo stesso professionista elvetico, che permette una più puntuale e precisa scansione del fondale e ha già permesso di individuare, nel 2012, il relitto della corazzata Roma affondata lungo le coste della Sardegna nel 1943.

Oggi dei dodici dell’equipaggio della Locusta rimane il monumento, un timone sorretto da putrelle di ferro sopra un blocco di pietra con i nomi delle vittime, visibile sul Poggio delle Regie Torpediniere, nei giardini davanti all’imbarcadero della Guardia di Finanza a Cannobio.

Lo scrittore Elio Motella, nel suo romanzo Pattuglia senza ritorno, con una struttura ben costruita e sorretta da un’ottima scrittura, ha ricostruito il mistero del naufragio della Locusta, nel contesto della storia d’amore tra la maestra elementare Assunta Pedroli e il fuochista di Marina Matteo Ferrari, in una zona tra la Lombardia, il Piemonte e la Svizzera.

Ricchissima è anche la documentazione sugli eventi di quella tragica notte e su cosa successe dopo, com’è illustrato nelle note alla fine del testo e nelle Appendici, con articoli e documenti d’epoca provenienti dagli archivi locali.

Condividi se ti piace